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La Tabula

nona puntata














  
 

Comunque continuai a frequentare il ginnasio e ad assistere alle lezioni, così passarono parecchi mesi dal giorno in cui ero arrivato in città. Proprio in quel periodo accadde inaspettatamente che Yeshua venisse a Sidone. Quando seppi che era arrivato mi preparai all’incontro che da gran tempo progettavo. In realtà la sosta di Yeshua fu una sosta molto breve perché, come appresi più tardi, si stava dirigendo con i suoi discepoli verso il territorio della Decapoli.
Per la massima parte degli abitanti di Sidone quello fu un episodio irrilevante, ma per un certo numero di stranieri, originari della Galilea e della Giudea, fu un avvenimento inatteso che suscitò curiosità ed emozione perché la fama del Maestro si stava rapidamente diffondendo per tutta la Palestina.
Non appena ne ebbi notizia, e seppi dove il Maestro alloggiava, quell’evento imprevisto mi sollevò un problema difficile, subito mi misi d’impegno a escogitare un piano per contattarlo. La mattina del giorno seguente, inquieto, preoccupato, prima ancora che il sole spuntasse all’orizzonte, ero nei pressi della casa che l’ospitava con la mia tavoletta sotto il braccio.
Poco dopo l’alba uscì di casa con i suoi discepoli e subito intorno a lui si formò un affollamento, una calca di persone che volevano vederlo da vicino, parlargli, chiedergli un prodigio, perché oramai era ben nota la sua potenza di taumaturgo. Si creò un incredibile disordine e compresi che anche se fossi riuscito ad avvicinarlo non avrei potuto presentargli la mia richiesta. Quegli imbecilli che gli rumoreggiavano intorno me lo avrebbero impedito, e non avrei davvero potuto parlare con lui in quelle condizioni. Con grande disappunto dovetti rassegnarmi alla confusione che si era prodotta, il piano che avevo meditato era irrealizzabile. Avevo immaginato che si sarebbe accorto di me, forse mi avrebbe riconosciuto, dopo di che io avrei potuto avvicinarmi e senza neanche parlare gli avrei potuto mostrare la tavoletta. Avrei detto: – Maestro, vedi, i tuoi pensieri non sono andati perduti, ma non ci capisco nulla, vuoi spiegarmeli? –
Tutto quel bel programma andò in fumo. Il maestro non guardò neanche per un attimo dalla mia parte, si mosse senza dire nulla, tra una massa di gente che lo stringeva e perciò soltanto da dietro vidi la sua testa emergere dall’assembramento vociante, che lo seguiva mentre si avviava per uscire dalla città. Rimasi là in piedi sconfortato, fermo in piedi a guardare quella schiera di stupidi che lo inseguiva, e che nello stesso tempo disputava, infatti continuavano a respingersi l’un l’altro a gomitate, vociando, perché ognuno cercava di avvicinarlo mentre si allontanava.

A quell’epoca conoscevo già molta gente, in particolare ero diventato amico di due valenti greci molto preparati nelle ceramiche, e di due romani. Questi ultimi erano rampolli di grandi famiglie fondiarie: Quirino era l’erede di un grande proprietario terriero. Una favorevole carriera militare aveva aperto, al padre di costui, la strada della fortuna e arricchitosi aveva preferito restare nei pressi di Sidone. Vi conduceva un’esistenza sontuosa amministrando la sua immensa azienda agricola. L’altro: Vetulonio, era figlio del pretore che comandava il contingente militare romano a Sidone.

Presso la città vi erano famose manifatture di porpora, le conoscevo bene perché Azareel commerciava molto con la porpora.
Un giorno decidemmo di fare una scampagnata e oltre agli amici greci con cui ero in confidenza parteciparono alla gita anche i due romani e, circostanza piuttosto straordinaria, due splendide ragazze: Amasia e Latilla, donne greco-siriane di condizione sociale elevata, colte, intelligenti, piacevolissime conversatrici.
Era una giornata ventosa, avevamo atteso di proposito un giorno di quel tipo perché le fabbriche di porpora emanano un odore nauseabondo a causa dei mitili in decomposizione. I molluschi sono il materiale di base per ottenere la porpora e appunto una volta sfruttati quei frutti di mare marciscono, il vento avrebbe dissipato un poco il fetore che gravava attorno alle manifatture.
Uscimmo dalla porta Marina e procedemmo per un buon tratto lungo la costa.
È incredibile ma mi pare di rivedere quel sentiero, probabilmente perché è strettamente connesso a una violentissima emozione che dirò tra poco. Ebbene, la strada, poco più di un sentiero in terra battuta, procedeva seguendo la costa a livello del mare, mentre altre volte saliva su per la scogliera per scendere di nuovo lungo l’arco della vastissima insenatura. Il panorama era stupendo e dall’alto lo sguardo si perdeva nell’infinità dell’azzurro
Dopo poco ci apparvero enormi cumuli di gusci di ostriche e poco oltre anche il bianco e basso fabbricato della fullonica, la manifattura dove venivano trattati i molluschi. La lana che poi servirà per tessere i preziosissimi tessuti di porpora veniva tinta con le poche gocce di colore che si ricavavano da quei frutti di mare e perciò ne occorrevano grandi quantità, e inoltre la lana che necessita per tessere i tessuti doveva essere trattata con grande perizia. Spiegai ai miei amici che il costo altissimo di questa stoffa era dovuto alla esiguità della materia prima che si ricavava dalle ostriche e chiarii che per tingere un solo gomitolo di lana occorrevano dagli ottomila ai diecimila molluschi; insomma bisognava pescarne un’enormità per ottenere il bordo di una toga senatoriale e questo, senza tanti commenti, faceva capire l’altissimo valore della porpora. A breve distanza dalla riva si vedevano centinaia di uomini che con attrezzi adatti strappavano dagli scogli i preziosi nicchi e li riponevano nei cesti che poi venivano scaricati nelle vasche dove rimanevano in attesa della lavorazione.

Dopo un’ora uscimmo dallo stabilimento soddisfatti e in allegria; ci aveva afferrato una gran fame e così Flaminio, il figlio del comandante della guarnigione propose una sosta a una locanda che conosceva assai bene e dove avremmo mangiato di gusto perché là lo tenevano in alta considerazione e ci avrebbero trattato con gran riguardo. Questa taverna era nelle vicinanze e la raggiungemmo facilmente.
Eravamo felici, le battute argute si intrecciavano con le canzoni buttate al vento e tra motteggi e risate ci accomodammo sotto uno spazioso portico in vista del mare.
Il vento era divenuto teso e il mare ingrossava, le onde sempre più poderose si infrangevano con violenza sulla spiaggia e anche il cielo si incupiva. Impulsivamente mi vene da interpretare quello spettacolo del mare come un ammonimento, come un segno premonitore di sventura, ma ovviamente non dissi nulla.
Ci servirono un pranzo sontuoso, come ci aveva promesso Flaminio, l’oste fece arrivare alla nostra tavola arrosti di carne e di pesce, verdure e frutta, e dolci, e servì anfore e anfore di vino squisito. Bevvero tutti molto, e gli animi si eccitarono. Io cercai di moderarmi ma non servì a nulla la lucidità che seppi conservare.

Ero stato attento a non mangiare il maiale cotto nel latte e aromatizzato con particolari spezie, un piatto che a dire degli altri era eccezionale. Ma la carne di suino mi ha sempre disgustato, per di più cucinato com’era nel latte mi parve un connubio ripugnante. Tuttavia fu assai penoso subire le smorfie derisorie, i lazzi urtanti, le manifestazioni beffarde dei due romani che mi osservavano sarcasticamente. Notai che studiavano ogni mio comportamento quasi fossi stato un attore stravagante.
Non so quale intuizione mi allarmò ancora più misteriosamente prospettandomi una sciagura. A tavola i due romani si erano installati di fronte a me e agli amici greci, e quando fecero accomodare le fanciulle tra di loro si comportarono come dominatori. Mi venne da pensare che Amasia e Latilla fossero quasi un loro bottino di guerra e che quei due provassero il maledetto desiderio, addirittura una frenesia insensata, di mostrare alle due donne la loro superiorità. Il vino doveva averli eccitati particolarmente e i due romani sembravano godere del nostro imbarazzo. Da quel momento stetti sulle spine, in una condizione di spirito ansioso, inquieto, sdegnato.
Come ho detto quei due avevano bevuto molto, ma gli amici greci, per buona sorte avevano saputo contenersi. Io non dovetti fare alcuno sforzo perché il vino, sebbene mi piaccia immensamente, non lo sopporto bene, e inoltre mi ero imposto di restare lucido.
Come avevo presagito gli animi si eccitarono molto. Dalle belle discussioni colte, intelligenti, che avevamo avviato con brio e letizia all’inizio del pranzo, intrecciandole con opinioni di mitologia e di filosofia, passando poi a dibattere di capolavori della scultura presenti a Sidone, e a criticare e polemizzare opere di poesia, ebbene dal termine del banchetto in poi la vena culturale declinò, e degenerò. Dai sentimenti elevati i romani passarono a discutere impetuosamente di corse di bighe, e da quel momento l’atmosfera che fino a quel punto era stata allegra e serena divenne tesa, aggressivamente concitata, fino a raggiungere una violenza verbale scellerata, perversa, inimmaginabile poco prima.
Da concitate valutazioni di scuderie e di conduttori di carri i due romani passarono ad apprezzamenti provocatori, riferendosi a certe operazioni militari in cui i greci avevano mostrato una pessima preparazione. Infine i due giovani esaltati chiaramente ebbri cominciarono ad insultare i greci che a quel punto così oltraggiati erano rimasti sconvolti. Tra lazzi e risate sprezzanti i due tronfi giovanotti espressero il loro giudizio sulla inettitudine bellica dei popoli dell’Ellade, puntualizzando come i romani li avevano sottomessi con la facilità con cui un pedagogo castiga dei bambini. Ricordarono le vittoriose imprese di Lucio Emilio Paolo e di Lucio Mummio. Sentenziarono che dal tempo di Alessandro Magno i greci non sapevano più cosa fosse grandezza morale e valore militare e che al presente i greci valevano poco anche come schiavi. Mario ne aveva fatti schiavi a migliaia per rifornire le miniere e per approvvigionare di rematori le invincibili triremi romane. Dei loro filosofi e retori se ne servivano senatori e consoli per l’istruzione dei loro figli, ma erano senz’altro molto più apprezzati i bellissimi cavalli egiziani e i cani da caccia dalmati.



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I greci risposero rinfacciando ai due violenti e arroganti compagni di scampagnata che li avevano invitati al lauto pranzo solo per oltraggiarli, e neanche il più vile dei traditori si sarebbe comportato in quel modo indegno. La doppiezza nel comportamento dei romani verso la Grecia si era già rivelata due secoli prima quando i romani loro predecessori si offrirono di proteggere la libertà della Grecia minacciata dalle satrapie orientali e poi la conquistarono ingannando la fiducia dei greci. E ancora fecero rilevare ai due romani che quando Atene si era già adornata di splendidi templi, a Roma vivevano nelle capanne, così che si trovava nella condizione di un villaggio di barbari.
Quando la Grecia era diventata un faro di civiltà Roma, invece, era ancora un agglomerato di capanne di fango e canne.
L’oste era accorso spaventato dal chiasso che si era fatto sempre più forte e restò costernato nel constatare i gesti davvero esagitati dei giovani che stavano per mettere mano ai pugnali. Sapeva bene cosa sarebbe accaduto se il diverbio fosse degenerato e non desiderava davvero vedere dei soldati romani, in funzione di polizia, arrivare, a sistemare la faccenda, avrebbe passato grossi guai davvero. Le due fanciulle erano sconvolte, spaventatissime, i greci, benché anche loro alterati dal vino, si resero conto molto bene della gravità della situazione. Quando i due romani completamente fuori di senno, furibondi, imbestialiti, ci obbligarono a libare all’imperatore, brindammo, ma non inghiottii quel vino maledetto e furtivamente lo sputai sul pavimento maledicendo sottovoce romani e imperatore. Sapevo che se non avessimo vuotato i calici glorificando Cesare Augusto avrebbero interpretato il rifiuto come una terribile offesa a Roma e l’accaduto si sarebbe ingigantito con ripercussioni imprevedibili. L’oste disperato pregò affannosamente i miei amici di prendere le distanze, di mettersi subito in strada da una porta secondaria e riuscì a distrarre i due romani fino a che i greci si dileguarono. A me offrì di prendere in uso due asini per ricondurre in città le due ragazze che sembravano sofferenti.

Il giorno seguente e per molti altri giorni ancora, non feci che ripensare alla sfortunata escursione e a quel detestabile incidente. Non potevo fare a meno di giudicare severamente la mia ingenuità, e non perdonavo a me stesso di aver dimostrato una tale mancanza di consapevolezza, ovvero di aver minimizzato il disprezzo implicito nel comportamento dell’amico romano quando veniva all’emporio, e che adesso mi appariva chiaro. In effetti fino ad allora ero vissuto senza capire, peggio ancora, senza vedere.
Cupi incubi mi assalirono in quelle notti di sonno agitato, schiere di soldati romani venivano avanti minacciose e sullo sfondo vedevo ruderi fiammeggianti e oscurità. Ogni volta al risveglio si presentavano terrori desolanti, funesti, così mi sottoposi a un processo interiore infelice, opprimente, demoralizzante, criticandomi aspramente. Avevo sbagliato nell’accettare la familiarità di Quirino come fosse stata autentica amicizia, senza distinguere la disparità sociale. Non avevo voluto vedere per non confessarmi il sarcasmo e l’asprezza delle sue valutazioni, l’ostentata superiorità, il sottinteso disprezzo per il mio ruolo, per la mia condizione, per la mia esistenza. Da parte mia considerai l’accettazione passiva della dominazione romana, in tutto l’oriente, come un immenso errore, mi faceva sentire colpevole, e sollecitava la contestazione inesorabile della coscienza.
Quell’esagerato biasimo interiore trasformò crimini, di cui non avevo prove, forse generati solo dalla fantasia, in orribili eventi reali. In verità avevo sentito parlare di soprusi e di delitti commessi dai romani e dai loro solleciti complici locali, ma non li avevo mai verificati nella loro oggettività. La fantasia turbata mi mostrò scene di coorti romane che distruggevano villaggi, uccidevano, stupravano, facevano schiavi gli abitanti, davano fuoco ai raccolti, e altre orribili scene di devastazione che mi emozionarono oltre misura.
Mi resi conto tutto d’un tratto che mio padre era un uomo prudente, troppo prudente, estremamente prudente, e questa nuova considerazione lo svalutò ai miei occhi. Perché non aveva mai criticato le condizioni di sottomissione che i romani avevano imposto alle genti di tutta la vastissima area a sud del Mediterraneo dopo la conquista della Siria, della Palestina, dell’Egitto? Perché non aveva mai obiettato nulla riguardo lo sproporzionato fardello di imposte e di pesanti tributi che gravava sul popolo?
Ai miei occhi si manifestarono aspetti del dominio imperiale a cui non avevo mai dedicato attenzione. Non avevo mai considerazione i lanisti la più spregevole specie di uomo che sia uscita dalla creazione. Questi uomini comperano altri uomini per farne gladiatori, addestrano questi schiavi ad uccidersi l’un l’altro nei circhi. Non organizzano questi massacri per offrire un sacrificio cruento a Dio come potrebbero pensare i barbari, ma danno questi spettacoli solo per appagare la malvagità, la crudeltà e la vanità degli spettatori. Per soddisfare la richiesta di emozioni forti.
Con la mente sempre rivolta ai romani, studiavo ossessivamente quel maledetto apparato di dominio come fosse un funesto organismo devastante, e imparavo a precisare i suoi complessi apparati. Credevo di aver ben aguzzato la capacità di distinguere, e mi reputavo un uomo d’esperienza. Pensavo di saper analizzare e valutare molto bene uomini e avvenimenti, solo molti, moltissimi anni dopo considerai quanto è facile inciampare quando si è giovani.
Di fatto questa critica amara non produceva nulla di positivo, mi creava solo dei problemi di ordine materiale e morale, ciò malgrado una forte avversione mi spingeva a studiare e comprendere come si fosse formato quel grande potere. Ci volle del tempo prima che riuscissi a delineare uno schema possibile, che mi sembrasse chiaro e razionale. Ma del maligno “essere”, me ne costruii un concetto bizzarro, perché anche se sembra insensato, inverosimile, l’impero romano mi appariva proprio come un immenso organismo vivente, invisibile e maligno, e che però si manifestava con una letale strategia. Il mostruoso “Impero Romano“ si espandeva come un formicaio.
Ricordandomi dei formicai formati da una moltitudine di insetti che agiscono come un corpo unico, strutturato per prosperare, mi venne spontaneo avvalermi di quella similitudine che mi pareva assai appropriata. Osservando il comportamento delle formiche avevo stabilito che allo stesso modo delle nostre mani e piedi, che agiscono per ordine di un’unica volontà, così avveniva per quelle minuscole creature, e nella stesso modo si comportavano i legionari romani. Ma anche il vertice apparente: l’imperatore, era un organo del mostro, anzi era il cuore dello Spirito del male, ma non agiva del tutto autonomamente. Forse c’era una volontà incomprensibile al di sopra del tutto, che guidava il tutto.
Costruii così una sintesi che mi contentava e considerai possibile un’interpretazione sconosciuta agli altri. Insomma esisteva realmente una creatura tremenda; sostenuta da tutte le forze del male vomitate dall’inferno, più malvagia e mostruosa della mitica Idra. Sistematicamente, metodicamente, ordinando tutti gli aspetti del problema finii per perfezionare la mia ipotesi. Mi paragonai ad un mosaicista che congiunge tante tessere di diverso colore per formare una figura intera, io accostando tutti i tasselli che mi parevano giusti avevo stabilito che il potere dell’impero romano derivava dalla perfetta e sperimentata coesistenza di tre forze: la potenza militare, l’amministrazione della politica, e un’economia lungimirante e perfetta. Per di più accettando le consuetudini religiose dei vari popoli sottomessi aveva chiuso il cerchio genialmente. Quest’ultimo accorgimento si fondava su una sapiente capacità di assorbire le preesistenti tradizioni locali insieme ad una contemporanea efficace opera di propaganda. L’imperatore e il Senato sapevano inculcare con ogni mezzo nella mente dei popoli sottomessi la potenza e la grandezza della civiltà romana indiscussa e insuperabile, e sapevano rendere ben visibile la supremazia di Roma, divinità eccelsa, innalzando statue, monumenti, e organizzando trionfi, spettacoli e lapidi commemorative. L’immagine di Roma era sempre presente attraverso i miti eroici, le grandiose architetture, gli imponenti cortei trionfali dei generali vincitori, le esibizioni brutali di coraggio e crudeltà com’erano i giochi gladiatorii tanto graditi
Senza nessuna meditata connessione, direi senza un chiaro rapporto mi tornò alla mente il contestato Maestro. Forse fui ricondotto a lui dagli scarni resoconti, dalle notizie che mi arrivavano da Gerusalemme. Dentro la mia testa doveva essersi compiuta una riflessione autonoma dalle tesi che andavo elaborando. Così mi apparve chiara l’essenza della missione che si era data Yeshua e la misi in relazione con quella lunga analisi che avevo compiuto sulla potenza del dominio di Roma.
Compresi la strategia e la forza della sua predicazione. Voleva partire dal basso per rinnovare, anzi per capovolgere, il mondo corrotto che si agitava senza fine attorno a noi. Ma sebbene si presentasse evidente il progetto, c’era qualche altro confine che mi sfuggiva. Qualcosa che istintivamente percepivo imperscrutabile e soprannaturale, che non potevo risolvere accettando l’opinione popolare che Yeshua possedesse facoltà magiche.
Però fece sentire la sua voce anche un avvertimento che diceva di non cadere in un entusiasmo affrettato. E mi pose sulla difensiva, mi causò sofferenza. E se mio padre avesse avuto ragione? Se rovesciare la tradizione e la legge avesse portato alla rovina?

Ho già detto che con mia moglie c’è stata da subito una meravigliosa immediata intesa. Io rispetto la sua concezione della vita e lei accetta il mio punto di vista, anzi direi che approva (o che approvava) il mio modo di pensare. Si è sempre comportata in maniera dolce, affettuosa, mai predominante, sempre comprensiva. Io sono stato sempre attento a non urtare la sua suscettibilità, la sua mania di voler dirigere la mia vita.
A volte è difficile darle ragione, di conseguenza a volte bisticciamo. Ma mi pare di essere stato sempre il primo a porgere il ramoscello d’ulivo. È per questo mio buon temperamento che continua a sussistere il nostro sodalizio. Certamente un uomo con un’indole meno generosa avrebbe da tempo ripudiato una fatica del genere. Questo soliloquio ha una motivazione: cosa è accaduto di tanto grave da aver determinato una così evidente incomprensione negli ultimi tempi ?


segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - gennaio 2018



 
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