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La Tabula

decima puntata














  
 

Per molti giorni ho sopportato l’inquietudine di Mariella. I nostri rapporti sono sempre stati cordiali e sereni e quell’irritazione oscura, incomprensibile, era spiacevole. Ho già detto che non vedevo niente di tanto grave da causare una tale dissonanza tra noi, perciò senza chiederle spiegazioni ho cercato di comprendere quello strano atteggiamento supponendo che fosse un disordine organico tipicamente femminile. Ma a forza di ragionare mi sono dato due interpretazioni.
La prima si è affacciata maliziosa, ma non insostenibile, l’ho considerata una reazione che può instaurarsi, cioè un comportamento possibile. È affiorata casualmente, leggendo le disavventure di un tizio che aveva vinto il primo premio di una lotteria di capodanno. La fortuna capitata a questo signore aveva provocato invidia, e aveva visto crescere la gelosia dei parenti fino a rovinargli l’esistenza. Esigua notizia di cronaca però in me ha provocato l’incauta idea che Mariella provasse gelosia per la grazia elargitami. Per dirla più chiaramente: che fosse rosa dall’invidia e detestasse la meravigliosa esperienza capitatami. Un’idea morbosa, ossessiva, l’ho già detto, ma era possibile. Poi ho corretto questo pensiero ingeneroso, con un’interpretazione razionale. L’effetto che ha dissipato la strana preoccupazione, che ho appena riferito, me l’ha fornito lei stessa, o meglio l’impazienza, la premura, con cui Mariella ha riordinato la casa dopo la baraonda delle feste natalizie che aveva messo sottosopra salone, soggiorno e cucina. Così ho capito.
Fin dall’inizio della nostra convivenza, abbiamo vissuto una vita ordinata e tranquilla, che è durata fino al giorno della mia rovinosa caduta dalla scala. La pretesa di aver vissuto un’altra vita in Palestina, al tempo di Augusto imperatore, esponendogliela aveva gettato Mariella nello scompiglio, e ne aveva risentito l’ordine familiare consolidato nel tempo: un modus vivendi, un equilibrio spirituale e intellettuale, che durava da trent’anni. Tutte le piacevoli attività che ci giovavano, che godevamo, per ora erano scomparse; l’impressione di essere precipitati in una disorganizzazione nefasta a Mariella risulta insopportabile. Ecco la spiegazione delle relazioni difficili, tese. Perciò ho detto a Mariella che sto molto meglio, che non ho più necessità di dettarle i miei ricordi, perché ho bisogno di pensare intensamente ciò che voglio esprimere. Perciò scriverò da solo. Poi, non appena sarò in grado di muovermi meglio, riprenderemo le nostre belle attività. Non ho capito se quest’informazione le ha dato sollievo o se si sia irritata. Non ne abbiamo più parlato.

Ritorno al primo secolo


Un mattino, non erano passati molti giorni dalla disastrosa passeggiata alle fabbriche di porpora, Vetulonio si presentò all’emporio come se nulla fosse accaduto. Aveva un bellissimo mantello drappeggiato all’ultima moda, uno schiavo lo seguiva tenendo al guinzaglio due splendidi levrieri. Mi venne vicino a passi felpati e siccome ero chino su un tavolo intarsiato di madreperla e stavo osservando gli incastri realizzati con grande cura, mi accorsi di lui soltanto quando fu vicinissimo. Mentre raddrizzavo la schiena vidi di fronte a me il suo viso pallido, aveva le labbra atteggiate al perenne sorriso inequivocabilmente ironico. Le parole che pronunciò gli rotolarono fuori dalla bocca placide, molli, suadenti, ma gli occhi rimasero duri e freddi. Manifestavano visibilmente, e senza dubbio, l’intimo disprezzo.
Voleva acquistare delle coppe finemente decorate, voleva che fossi io a sceglierle, mi seguì dietro gli scaffali. La sua presenza, che fino a poco tempo prima ammiravo, e mi dilettava, la subivo spiacevolmente, mi era divenuta sgradita, preoccupante, amara, quasi che si fosse tramutato in un orribile scorpione.
Non ebbe un momento di esitazione, non fece il minimo accenno al disgraziato banchetto, non mi chiese nulla dei vicendevoli amici greci. Dal modo in cui si comportò ebbi l’idea che senza proferire parola intendeva rendermi avvertito. Non aveva intenzione di negarmi la sua benevolenza, ma doveva essermi chiaro quanto lui fosse indulgente e generoso nell’elargirmela, e quanto fosse nobile nel concedermi la sua familiarità. Di questa nobiltà d'animo dovevo essergli veramente grato conoscendo la sua assoluta superiorità. In ultima analisi tutto il suo contegno voleva significare che mi perdonava, ma ero avvisato.
Rimasi sconcertato, malgrado l’amarezza cercai di atteggiare il viso ad un’espressione di giovialità. Più tardi, furioso per la debolezza dimostrata, per il contegno pusillanime, cercai una giustificazione obiettando alla mia coscienza che Vetulonio era un cliente di Azareel e non avrei potuto trattarlo diversamente. Era indiscutibile che il cliente andava servito col massimo riguardo, con la massima considerazione. Quando raccontai agli amici greci che avevo nuovamente incontrato Vetulonio e gli avevo venduto delle magnifiche, costose coppe, essi stigmatizzarono il mio comportamento poco dignitoso, e dissero sprezzanti, che loro non lo avrebbero mai salutato. Parole vane. Poco tempo dopo diedero prova della loro nullità, e non mi sorprese la loro limitatezza comune a tanti uomini. Un mese dopo la sciagurata gita, il padre di Vetulonio dette una grande festa a cui parteciparono tutti i notabili di Sidone. Poiché Azareel era stato invitato volle che vi partecipassi anch’io, e non rimasi troppo sorpreso di trovare tra la moltitudine degli ospiti gli amici greci entusiasti, che non la finivano più di magnificare la sontuosità del convito, la magnificenza della villa, la prodigalità e la nobiltà del padre di Vetulonio. In conclusione la disputa violenta, l’offesa e l’ira provocate da quella terribile giornata erano scomparse dalle loro menti. Era bastata l’accoglienza nell’entourage cittadino, la presentazione alle persone che contavano, per appagarli. Evidentemente quella perfetta seduzione era stata sufficiente a cancellare ogni offesa ricevuta. Ero disgustato del comportamento meschino dei miei amici, mi sentivo umiliato insieme ad essi e avrei desiderato ingiuriare pubblicamente sia greci che romani, sebbene sapessi che con un gesto simile mi sarei dato la morte inutilmente.
Non potendo concedermi quella vagheggiata reazione, per un paio di giorni fui contento di un inganno affibbiato a un ricco romano, senza prevederne le conseguenze.
Accadde che Barath, uno scaltro giovane di bottega, entrato da ragazzo nel magazzino di Azareel e divenuto commesso, raggirò un senatore romano sbarcato da poco a Sidone.
In un altra condizione di spirito quell’episodio lo avrei considerato un’azione disonesta, da respingere. Quella volta invece me ne compiacqui, ne provai una gustosa soddisfazione. Stoltamente però, perché la conclusione fu tragica, come avevo confusamente avvertito nel sonno la notte precedente alla catastrofe.
L’imbroglio prese forma e venne messo in opera in una maniera quasi farsesca.

Un ricco cittadino romano era arrivato insieme ad altri supervisori inviati dall’imperatore per un’ispezione. Era giunto in oriente avido di esotismi, di conoscenze nuove e affascinanti, soprattutto di oggetti preziosi da acquistare. Questa frivolezza fu, sin dal primo giorno, una preoccupazione a cui rivolse grandissimo impegno. La ricerca di un oggetto veramente raro, da portare a Roma, divenne un dovere fondamentale. L’ambizione era di stupire amici e conoscenti, e a forza di cercare lo smaniato oggetto per ogni dove, venne inevitabilmente indirizzato al magazzino di Azareel. Voleva un oggetto di grande rarità da suscitare meraviglia e invidia, così da vantarsene con ragione.
Ogni amatore di rarità, sebbene sia ancora ignaro di questa vocazione, in Grecia e in Egitto diventa fatalmente un collezionista. Per soddisfare quella bramosia insopprimibile anche il romano anzidetto divenne un frenetico raccoglitore di souvenir. Pur di ottenere qualche scultura di un artista famoso, o un prezioso vaso, o una patera appartenuta a qualche personaggio storico, quel romano vanitoso non avrebbe badato a spese. Procurarsi un cimelio autentico era divenuto un pensiero tormentoso. Nel corso di quella ricerca appassionata, una mattina accompagnato da due amici digiuni quanto lui di cultura estetica, si recò a visitare il rinomato emporio di Azareel. In quello stato d’animo già predisposto all’acquisto, era prevedibile che non fossero capaci di esaminare minuziosamente e così distinguere prodotti ordinari da opere autentiche. Che non fossero in grado di riconoscere capolavori veri da paccottiglie si capiva, e così si aggirarono tra tutte quelle meraviglie guardandosi attorno affascinati. Erano fondamentalmente ingenui per tutto ciò che si può definire espressione del bello, e non erano in grado di valutare oggetti di sicura qualità. Ma non erano affatto ingenui nella consapevolezza di essere cittadini romani, padroni del mondo, e quindi persone a cui non dovevano mancare riguardo, deferenza e la massima attenzione. Non era possibile sottovalutarli e questa persuasione, questa certezza, infondeva loro una sicurezza e un’arroganza pletorica esasperante.
Barath fece loro da guida e ascoltando attentamente i desideri del romano, in breve si fece un’idea chiara dell’uomo. Cominciò a magnificargli i vetri, le stoffe, i bronzi, con tale enfasi e appassionata loquela che fu ragionevole attribuirgli una straordinaria conoscenza sia dei manufatti locali, che di quelli importati: egizi, indiani; e anche dei costumi inusitati dei popoli da cui provenivano. Inoltre fece colpo come loquace narratore di leggende epiche e meravigliose, un coinvolgente narratore di storie eccitanti, e così il romano ne rimase ammirato.
Trascorsero molto tempo esplorando il magazzino e Barath mostrò un’infinità di oggetti in modo tale che il visitatore comperò molte cose. Stava per andarsene soddisfatto dei suoi acquisti, quando Barath valutò che fosse giunto il momento di tentare un suo affare privato.
In quell’infausta mattina Barath andava considerando da qualche tempo il caso insolito che gli era capitato, e come avrebbe potuto sfruttarlo a proprio vantaggio. Nel constatare l’inesperienza del romano fu spinto a tentare l’impresa scellerata germogliatagli nella mente.
Vi fu indotto anche dal risentimento covato a lungo verso quella progenie di conquistatori arroganti. Pensò quindi di proporre al romano un acquisto straordinario, presentandoglielo nel modo più allettante. Dette il via all’abile lingua e si mise a raccontare un intreccio sentimentale strabiliante, tentando quell’affare personale.
Portò di nuovo il romano nella sala dei tappeti e fingendo un atteggiamento circospetto gli mostrò di nuovo i pezzi più belli. Poi, sollevando e spostando i meravigliosi tessuti, assunse un atteggiamento incerto e prese a mostrarsi inquieto e diffidente, come chi ha da nascondere qualcosa. Finalmente, a bassa voce, informò il romano che intendeva rivelargli un segreto, ma era preoccupato che qualcuno li notasse, o li potesse udire.
- Vedi tutti questi tappeti illustre romano? essi sono bellissimi e preziosissimi, ma io ne possiedo uno che ti lascerà incantato, non solo per il suo splendore e il suo valore, ma soprattutto per la sua storia. È un tappeto appartenuto ad Antioco I, il gran re. Quel sovrano lo teneva nella sala del trono. Là sopra ebbe il primo amplesso con la bellissima Erodiade… e andò avanti ancora raccontando altre fandonie.
Con una fantasia sfrenata impreziosì la storia del glorioso tappeto raccontando oscure congiure dinastiche; poi escogitò accortamente un’altra storia che legittimava il possesso del cimelio e come ne era divenuto proprietario. Barath era riuscito pienamente nel suo intento, aveva provocato il desiderio ardente per quel raro tappeto, che il romano voleva vedere subito.
Quel diavolo d’uomo sapeva architettare storie, ma aveva a suo danno una spropositata avidità, una bramosia smodata, e l’esagerata attrazione per la pecunia lo portò alla perdizione.
L’inganno funzionò: Barath aveva ben ideato il raggiro e indovinato la conclusione, il romano si lasciò tentare, si appassionò follemente all’idea di possedere un trofeo di tale valore. Barath lo ammonì con tutte le forze perché conservasse il segreto. Insistette ripetutamente su quel punto; gli avrebbe venduto la storica reliquia solo se il romano avesse promesso di non parlarne con nessuno, e avesse giurato di non aprire l’involucro prima di essere tornato in patria.
Quella mattina il furfante aveva previsto la gioia del romano nel sentirsi proporre un affare tanto invitante, ma l’avidità e l’affanno di concludere l’acquisto furono cattivi consiglieri. Barath non fu capace di immaginare i pericoli che potevano derivarne e veramente non era difficile prevederli. Probabilmente, se non avesse preteso una somma tanto impegnativa, la condanna sarebbe stato meno dura.
Il giorno dopo un drappello di soldati romani si presentò di prima mattina al magazzino. Il comandante fece chiamare Azareel e Barath e senza proferire una parola di spiegazione li prelevò brutalmente e li condusse dal magistrato che su due piedi li spedì in carcere, in attesa di regolare processo.
Il processo fu conforme al diritto romano e venne condotto in modo inappuntabile. In tutto l’impero romano era ritenuto fondamentale dimostrare che la giustizia, in qualunque angolo fosse amministrata, era ugualmente severa, ma giusta e ineccepibile.
Seppi che il misfatto di Barath era stato scoperto subito, perché il romano non aveva resistito alla tentazione di parlare con gli amici del grandioso affare concluso e gli amici chiesero tanto insistentemente di vedere il tappeto che non seppe dire di no. Andò a prendere il tesoro già avvoltolato per essere spedito, e tra la curiosità generale venne entusiasticamente aperto. Ma quando l’imballaggio del famoso cimelio fu strappato e il tappeto fu srotolato, la frode venne immediatamente scoperta e tra lo stupore generale venne messa in risalto l’ingenuità dell’acquirente, suscitando un insuperabile divertimento. Lo sciocco romano fu sommerso dal ridicolo, e la sua dabbenaggine coinvolse gli amici che lo avevano accompagnato nell’acquisto. I lazzi e le esclamazioni di scherno seppellirono il meschino che avrebbe preferito sprofondare nel pavimento insieme al tappeto.
Patita la brutta figura il raggirato aveva dato in escandescenze, e la sera stessa era andato dal governatore a chiedere giustizia immediata. Questi, pur ridendo dello sciocco concittadino, dovette intervenire e agì severamente.
Barath, provò a discolparsi disperatamente, ma non ottenne attenuanti, né, purtroppo, ebbe uno straccio di testimonianza in suo favore. Nessuno gli riconobbe il lungo servizio senza aver mai commesso infrazioni, e Azareel non venne chiamato a testimoniare. Tuttavia Azareel, per fortuna sua, ne venne fuori incolume, perché riuscì a dimostrare che non v’era stata collusione tra lui e il suo sottoposto.
La sentenza fu spietata: Barath venne condannato alla fustigazione, come monito a tutti i commercianti che avessero tentato un’altra truffa. Tutto il popolo doveva assistere così da intendere, e tenere bene a mente, che non sarebbe stato possibile ingannare impunemente un cittadino romano.



scala



La fustigazione era una pena terribile, ed era difficile che il condannato ne uscisse vivo. Veniva comminata con il flagello: uno strumento composto da cordicelle che terminavano con piccole sfere di piombo e uncini, arnese che maneggiato da carnefici robusti quando colpiva la schiena del condannato ne lacerava profondamente la pelle.
Il giorno appresso Barath fu condotto sul molo più grande del porto, dove venne immediatamente eseguita la condanna comminatagli. Fu spogliato, legato ad un ceppo, e svenne molto prima del trentesimo colpo di staffile. Quando lo tirarono giù dal patibolo appariva già morto, era una massa di carne sfracellata. Nello stesso stato in cui si trovava venne avvolto dentro il dannato tappeto e appeso ad un asta, così che fosse ben visibile sia dal mare che dalla città.
Era stato espresso in quel modo un chiaro e forte avvertimento al popolo di Sidone: “se sbagliate non potrete sfuggire alla giustizia di Roma”.

I ricordi di quel periodo si fanno confusi. Ero molto inquieto a quel tempo, avevo la certezza che per quanto mi applicassi non sarei riuscito a fare progressi in nessuna dottrina. Erano trascorsi parecchi mesi da quando ero arrivato a Sidone, forse due anni; un brutto giorno arrivò la notizia che il patriarca era in fin di vita e prima di morire voleva rivedermi.
Galoppai per due giorni senza sosta, non riuscii a dormire neanche un istante e rischiai di ammazzare crudelmente il bravo animale. Arrivai sotto le mura di Gerusalemme che era l’imbrunire del secondo giorno. Quando entrai in casa trovai tutti i familiari riuniti nella stanza dove mio padre giaceva su molti cuscini perché lo sostenessero col busto sollevato e potesse respirare. Aveva il fiato debole, affannoso, la barba e i capelli scomposti, gli occhi infossati. Era smagrito a tal punto che quasi non lo riconoscevo. Abbracciai mia madre poi mi inginocchiai accanto a lui e gli baciai una mano. Mormorai – Padre, Uriel è qui, è vicino a te –.
Aprì gli occhi e sorrise leggermente. Con un filo di voce disse: – Uriel tu hai la mente aguzza, affilata come la lama di un coltello, promettimi che ne farai buon uso –. Poi tacque e non disse più nulla.
Era troppo esaurito perché potessi chiedergli di chiarire l’insolita esortazione, era angoscioso vederlo respirare tanto a fatica e dopo quelle poche parole chiuse gli occhi e non mi guardò più. Rinunciai a domandargli che cosa intendesse raccomandarmi, non osai chiedergli spiegazioni rispettando la sua debolezza. Anni dopo però rimpiansi di non aver insistito perché chiarisse lo strano ammonimento.
La sua costituzione era stata gagliarda, aveva resistito a molte malattie micidiali, ma ora sapevamo quanto fosse indebolito e che non avrebbe potuto opporsi al male. Peggiorò rapidamente, l’infermità che lo aveva immobilizzato lo strinse alla gola e il giorno dopo spirò prima dell’alba. Eravamo tutti attorno a lui, la famiglia era profondamente scossa, così come dice bene l’allegoria: “Quando la grande quercia cade al suolo abbattuta dai colpi della scure, la terra trema”.
In città tutti ricordano ancora il dolore della famiglia, e come fu pianto sinceramente. Parlavano dei suoi meriti con verità e sentii raccontare episodi di altruismo che mi emozionarono molto. Davvero non avevo mai compreso mio padre. Fui preso dai rimorsi e promisi che avrei fatto qualcosa per testimoniare il mio ravvedimento. Qualcosa di intimo e appropriato, di solenne, per onorare la sua memoria. Da quel momento avrei cercato di impormi un sacrificio, ancora non sapevo cosa, più tardi ci avrei pensato, ma sarebbe stata un’azione bella e segreta. Una rinuncia dolorosa da offrire al suo spirito. Quel sacrificio sarebbe stato un segno di sincera devozione e di perfezionamento. Pensai intensamente alla sua esortazione, ma non trovai nulla che giustificasse un buon uso della mia testa.


segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - gennaio 2018



 
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